Chi è Giuseppe Andretta?

Alla scoperta dei docenti di Photo ARCHITETTI

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Appassionato di fotografia dall’età di quattordici anni. Ha iniziato a lavorare in questo campo all’inizio del 1989 come tecnico di laboratorio addetto allo sviluppo e stampa fotografica sia a colori che in bianco e nero, compreso il trattamento chimico E6 per pellicole positive.

 

Ha maturato una buona esperienza nel settore fotografico analogico lavorando sia come tecnico di postproduzione sia, dall’inizio degli anni ‘90, come assistente/fotografo. Nel 1996 fonda, con altri due soci, un’azienda di stampa digitale e si occupa, data l’esperienza, della gestione della qualità di stampa, acquisizione di originali tramite scanner e impaginazione grafica. Matura una notevole esperienza di calibrazioni – tramite profili ICC – di ogni dispositivo digitale, dagli scanner ai monitor fino ai diversi tipi di stampanti in uso (laser, getto d’inchiostro, fotochimiche e flatbed).
Dal 2004 è certificato da Adobe come ACE (Adobe Certified Expert) e ACI (Adobe Certified Instructor) in Adobe Photoshop. Da allora si occupa di formazione professionale e consulenze mirate all’uso di Photoshop, Photoshop Elements e Photoshop Lightroom in fotografia, computer grafica, web design e stampa nonché alla calibrazione di dispositivi digitali e gestione del colore in un flusso di lavoro gestito da profili ICC. Supera, nel 2007, l’esame di certificazione su Apple Aperture, software per Mac di gestione dei file raw. Docente di computer grafica e fotografia digitale in due istituti professionali superiori.

 

In questo periodo definito ormai da tutti “di crisi” quale è la tua principale occupazione?

Bella domanda! Io ho fatto un sacco di lavori nella mia vita ma principalmente ho fotografato, sviluppato immagini e stampato. Ora, con l’età e con l’esperienza, ho aggiunto anche l’insegnamento; soprattutto per il fatto che ho fatto un po’ da pioniere nell’era digitale.
Ritornando alla domanda, oggi come oggi, sto riproponendo tutto ciò che so fare: il relatore, o istruttore, per corsi e workshop, il consulente per la gestione del colore, lo stampatore fine art e il post produttore di immagini digitali. Più o meno sono queste quattro le mie occupazioni “professionali”, la fotografia è rimasta la passione di sempre ma, ormai, non la paga più nessuno e poi non so se farla commercialmente mi divertirebbe così.
Perciò in un momento di crisi, dove tutti fanno tutto, anch’io rispolvero ogni capacità professionale e cerco di sopravvivere in un paese che, comunque, sembra non lasciarti scampo.

 

Ci racconti un aneddoto legato alla tua professione?

Una delle cose più divertenti è stata una consulenza in un’agenzia dove veniva richiesto a me e a Claudio Marconato, un collega, la calibrazione dei monitor per risolvere la mancata corrispondenza tra ciò che vedevano e ciò che veniva poi reso dallo stampatore; in questo caso un service di stampa offset.
Arrivati sul posto, una grande agenzia con almeno una ventina di monitor e altrettanti operatori, ci spiegano il solito problema: vediamo dei colori e poi in stampa non sono uguali. Chiediamo se utilizzano la Prova Colore in Photoshop che simuli un profilo CMYK e ci dicono che loro sono costretti a passare ogni documento allo stampatore in CMYK senza profilo.
A questo punto chiedo se ogni monitor da calibrare è usato per la correzione del colore e ci dicono che, alla fine, solo un monitor viene utilizzato per il controllo finale delle immagini e ci accompagnano a vederlo. Ci troviamo di fronte ad un monitor con dello scotch di carta attaccato sopra ai bottoni di regolazione con scritto: “Non toccare!”.
Infatti ci viene detto che quel monitor non è da calibrare perché lo ha già calibrato lo stampatore. A quel punto qualcosa non mi torna e riordino le idee dicendo: “Dunque io sono qui a calibrare un sacco di monitor che non si usano per correggere le foto perché l’unico monitor utilizzato a tale scopo è uno calibrato dallo stampatore che, però, non vi soddisfa. Giusto?”
E aggiungo: “Ma con cosa e come lo calibra questo monitor il vostro stampatore?” E la risposta fu: “Viene qui con un CD di immagini e le relative prove colore. Le apre con Photoshop e modifica il monitor finché non assomigliano alle stampe che si porta. Poi attacca lo scotch e se ne va”.
A nulla è servita ogni altra spiegazione sulla gestione del colore, ho preferito andarmene dicendo che non avrei saputo sinceramente come risolvere il loro problema …

 

Qual è il tuo ruolo all’interno di Photo ARCHITETTI?

Capo clown! Sto scherzando, ovviamente. Sono uno dei relatori, mi occupo della didattica relativa alla post produzione nella fotografia di architettura (e non solo), con i software Adobe. In pratica preparo delle lezioni o dei tutorial che mostrino come migliorare o correggere difetti tipici delle immagini digitali, dalle distorsioni ottiche alla gestione del colore.
Sono ormai 10 anni che sono un istruttore certificato Adobe e che mi occupo di formazione oltre che di fotografia.

 

Cosa è il Formato Raw e quali maggiori opportunità offre ad un fotografo?

Il formato raw, innanzitutto, non è una fotografia ma i dati digitali che servono a costruirla; un po’ come il negativo di una volta. Nessuno teneva solo i negativi ma nessuno li buttava, si facevano almeno dei provini, giusto? Lo stesso vale per il file raw: è il rullino di negativi. Poi ci sono tutte le varie stampe in formato Jpeg. Ecco, il Jpeg è il formato che si “usa” mentre il raw è il formato che si “archivia”, ovviamente con i parametri di sviluppo e correzione applicati. Ma questa è una storia lunga che, spero, i lettori verranno a sentire in una tappa di Photo ARCHITETTI.

 

Cosa si intende per gestione del colore in fotografia digitale?

Beh, se intendiamo in fotografia digitale significa che includiamo anche le fotocamere e, perché no, anche gli scanner. Comunque per gestione del colore si intendono tutta quella serie di tecnologie, software e hardware, che permettono di misurare il colore e, in particolar modo, calcolare la quantità di colori riproducibili da un dispositivo. Questo al fine di mantenere costante il colore durante le varie rappresentazioni digitali come, ad esempio, tra ciò che vedo a monitor e ciò che poi vedrò in stampa.
Uno strumento, tra i tanti, di gestione del colore che tutti i fotografi utilizzano sono i profili ICC. Che poi ne siano consapevoli è un’altra cosa ma spero sempre, come prima, che partecipino a un mio intervento per Photo ARCHITETTI sulla gestione del colore; sono necessarie almeno un paio d’ore per comprenderne le basi.

 

Perché diventa essenziale calibrare i diversi dispositivi ed hai qualche consiglio su come iniziare?

Per poter, innanzitutto, avere la migliore corrispondenza tra di loro e, in secondo luogo, perché attraverso la calibrazione e la profilatura dei dispositivi se ne può controllare il rendimento. È come avere un’auto e non farne mai un rodaggio e le successive prassi di mantenimento.
In particolar modo il monitor, se si pensa alla fotografia digitale. A differenza di una volta, dove il lavoro del fotografo veniva mostrato su stampa o su lastra e c’era qualcosa di fisico, tangibile e oggettivo, ora le fotografie digitali prima si controllano e correggono a monitor e poi, il cliente le visualizza attraverso un altro monitor. Se i due monitor non sono calibrati che senso ha? E, soprattutto, se il fotografo non calibra il proprio monitor come fa ad essere sicuro che il colore che vede sia corretto?
Dunque, per iniziare non servono grandi investimenti, a differenza di una decina d’anni fa. Se un fotografo non stampa può comprare il Color Checker per calibrare la fotocamera e un colorimetro per il monitor. Con circa duecento euro se la cava. La soluzione migliore, secondo me, resta da qualche anno il Colormunki; una combinazione che permette di calibrare monitor, proiettori digitali e stampanti con un unico strumento che costa tra i trecento e i quattrocento euro. Ricordo che a fine anni ’90 spesi quasi venti milioni di lire per una soluzione del genere!

 

3 utili consigli per migliorare la propria fotografia …

1 – Guardare costantemente il lavoro degli altri. Se non si ha cultura storica della fotografia ripartire da li, altrimenti è utile confrontarsi continuamente con colleghi e altri fotografi contemporanei;
2 – scattare, scattare, scattare. Avere sempre la fotocamera con se, è un buon esercizio. Onestamente mi verrebbe da dire “qualsiasi” fotocamera nel senso che non do molto peso all’attrezzatura. Ovviamente escludendo particolari aspetti di ripresa tecnica professionale;
3 – concentrarsi sulla progettualità oltre che sulla composizione. Molti fotografi guardano spesso e quasi esclusivamente alla bellezza della composizione e all’effetto scenico della singola immagine. Oggi siamo bombardati da immagini bellissime, scenografiche e piene di colori ma quante raccontano qualcosa oltre all’emozione di un panorama o un ritratto mozzafiato? A me piace molto condividere il pensiero che le foto sono parole ma bisogna metterle insieme bene per fare un bel discorso!

 

Curiosità: sappiamo della tua passione per la cura e coltivazione dei Bonsai; una vera e propria filosofia di vita?

Sono più attratto dal giardinaggio in genere, mi piace, è più alla mia portata ed è rilassante. Coltivo però anche qualche bonsai; è vero che in quel mondo la cura della pianta è una filosofia di vita, come molte altre arti orientali serve alla meditazione, a trovare la propria strada.  Sinceramente la filosofia orientale, più che i soli bonsai, ha sempre suscitato in me un certo fascino. Fin da giovane ho cercato di capire e approfondire certi “stili di pensiero” del mondo buddhista, ad esempio. Spesso noi occidentali li consideriamo primitivi e ingenui, io credo, invece, che abbiano una visione molto più accurata e profonda dell’esistenza. Ora non vorrei sembrare troppo mistico perciò aggiungo che non ho letto le bibbie indù o i libri sacri buddhisti ma consiglio a tutti, per esempio, la lettura di “Il Tao della fisica” di Fritjof Capra.

 

A cura di Daniela Sidari

Architetto e Fotografo

Responsabile Didattico Photo ARCHITETTI



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