Chi è Marcello Melis?

Alla scoperta dei docenti di Photo ARCHITETTI

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Laureato in Ingegneria Elettronica presso La Sapienza di Roma. Ha partecipato alla nona missione della Shuttle (STS-9) come esperto della elaborazione di dati numerici, si è occupato per 9 anni di elaborazione di immagini digitali da satellite (SAR) con l’Agenzia Spaziale Europea e ha insegnato per 6 anni informatica e Medical Imaging presso la facoltà di Ingegneria del’Università di Roma La Sapienza.

 

Dirigente d’Azienda Industriale dal 1997 ha lavorato con Digital Equipment Corporation, Space Engineering, Agilent, Lucent Technologies e EMC2. Nel 2007 passa alla libera professione fondando Profilocolore (www.profilocolore.it), ed occupandosi ormai a tempo pieno di gestione del colore, di analisi di sensibilità spettrale, di sensori digitali e di elaborazione avanzata di immagini (blind deconvolution, deblurring, segmentation). Fotografo e skipper.

 

Arte e scienza. Come si coniuga il tuo interesse per la fotografia e per i differenti campi applicativi dell’ingegneria?

Ho un carattere fondamentalmente romantico e provengo da una scuola superiore di studi classici, dove leggi ed impari storie di mitologia classica ed un immaginario infinitamente ricco che in qualche modo ti forma e ti entra dentro. Allo stesso tempo a 10 anni avevo deciso di fare l’ingegnere, e non ho mai tradito questo mio sogno, anche a costo di studi ed impegni faticosi ed a scelte professionali difficili. Avrei potuto fare molta più carriera, anche da ingegnere, nell’ambito commerciale delle varie multinazionali in cui ho lavorato per molti anni, ma ho fatto altre scelte. Devo ringraziare il magico periodo trascorso in una azienda italiana, la Space Engineering, dove grazie ad un capo illuminato, l’ing. Palutan, ho avuto lo spazio per coniugare creatività (scientifica) e scienza e raggiungere risultati ancora oggi assolutamente all’avanguardia, attraverso l’uso pionieristico dell’intelligenza artificiale e di metodi matematici euristici. Per nove anni mi sono occupato a fondo di sensori, immagini digitali e sistemi ottici, compresa la visione 3D, e questo ha sicuramente contribuito ad armonizzare l’ingegneria con la fotografia.

 

Qual è il tuo ruolo all’interno di Photo ARCHITETTI?

Quando si parla di architettura non si può prescindere dalle forme, dai colori e dalla luce. In Photo ARCHITETTI ho sempre portato avanti la divulgazione e la formazione legata al colore ed alla luce. Poi l’architettura in senso lato sconfina con il restauro e la conservazione dei beni culturali, campo nel quale Profilocolore, la società che ho fondato nel 2009 e di cui sono amministratore unico, ha sviluppato sistemi di indagine assolutamente unici. Durante uno dei tour con Photo ARCHITETTI, nel quale abbiamo fatto conferenze presso Ordini degli Architetti delle maggiori città italiane, ho scoperto quanto poco è diffusa la cultura dell’illuminotecnica in Italia. È un argomento a mio avviso tra quelli centrali per l’architettura perché non solo ha a che fare con il benessere delle persone che vivono gli ambienti di lavoro e domestici (e con la sicurezza delle stesse se parliamo di illuminazione stradale), ma ha anche a che fare con l’estetica. Girando per capitali europee è facile imbattersi in qualche edificio che di giorno appare abbastanza ordinario ma che di notte rinasce con illuminazioni che ne esaltano le forme. Anche una costruzione abbastanza lineare e geometrica come l’Empire State Building di New York ha visto quest’anno l’uso diffuso di luci e colori per arricchirne l’aspetto di notte.
Il ruolo in Photo ARCHITETTI è quindi quello di divulgazione di una cultura legata al colore ed alla luce, con applicazioni che vanno dalla corretta illuminazione di ambienti interni ed esterni secondo normativa, all’uso estetico della luce, fino ad un utilizzo estremo della luce visibile e delle bande limitrofe (ultravioletti ed infrarosso) per scopi diagnostici nei beni culturali.

 

C’è  sempre un po’ di “confusione” nell’ambito della fotometria e della colorimetria. Come vedi tale argomento nel panorama nazionale?

In uno dei testi di riferimento che utilizziamo a studio, The Art of Radiometry, nella prefazione i due autori, James M. Palmer e Barbara G. Grant, iniziano dicendo che il libro è frutto di venti anni di frustrazione nell’individuare materiale didattico che fosse adatto ad insegnare la radiometria e tutte le scienze collegate. Questo a dire che la materia non è banale e la sua trattazione richiede dedizione e studio. Lo stesso può dirsi della colorimetria, ed in Italia abbiamo uno splendido esempio di sintesi delle due materie nel libro “Misurare il Colore” pubblicato e curato dal Prof. Oleari dell’Università di Parma.
Purtroppo l’Italia è molto carente riguardo la gestione del colore, anche ad un livello più operativo, cioè a livello di produttori di immagini (fotografi e grafici) e di stampatori in generale. Il Color Managment è nato come disciplina per regolamentare il flusso di lavoro nell’imaging digitale, proprio per non lasciare nulla al caso o alla soggettività del singolo operatore. Il colore si misura, e si conserva, dall’inizio alla fine di un buon work-flow digitale. Purtroppo osserviamo una testarda resistenza ad abbracciare queste virtuose pratiche, che invece in altri paesi sono molto più diffuse, e diventate la norma di base.
Ovviamente questo richiede un certo sforzo di apprendimento, di aggiornamento, per “entrare” nelle cose e per trattarle non solo per sentito dire. Profilo di fotocamera, profilo di monitor, profilo di stampa, gestione degli spazi colore e delle relative conversioni con gli intenti di rendering. Non sono molti concetti, ma basta saltarne uno e siamo d’accapo nell’approssimazione soggettiva.

 

Occhio e macchina fotografica, analogie e differenze…

Domanda infida ed intrigante! Ci sono differenze tecniche, obiettive, e riguardano la percezione dei contrasti, maggiore nella fotocamera, e l’escursione di sensibilità, probabilmente ancora maggiore nell’occhio (per quanto?), che raggiunge una estensione di 32 o 33 EV, vale a dire una escursione di luce di una decina di miliardi di volte. Non si deve mai dimenticare che la fotocamera è un sistema, per quanto sofisticato, statico e non adattativo, cosa che invece è l’occhio come organo.
Ma va detto di più: noi non guardiamo né come sequenza di fotografie, né come un filmato continuo. Noi guardiamo come se nella nostra mente avessimo una rappresentazione grossolana della scena esterna, e scorrendo con l’occhio su di questa aggiungiamo dettagli alla scena interna che ci formiamo. Noi guardiamo con la mente e l’occhio è un ausilio per avere i dettagli. Strano? Provate a “guardare” ad occhi chiusi, dai soli rumori. Vi fate una idea di quanto avete davanti, e aprendo gli occhi l’idea diventa molto più precisa.
La sfida per qualsiasi fotografo è quella di trasmettere con uno scatto molto di più di quanto possa contenere una immagine. Cioè di trasmettere una emozione, uno stato d’animo, di indurre la nostra mente a colmare in modo armonico (o disarmonico, a seconda di quello che vogliamo trasmettere) quello che i nostri occhi vedono. E sì, perché avviene anche il contrario, la mente colma quanto gli occhi non vedono … . Ma il discorso dovrebbe toccare un numero immenso di aspetti, senza comunque diventare esaustivo.

 

Quali sono le attuali potenzialità delle fotocamere digitali?

Sono enormi, molto più di quanto fino ad oggi possiamo avere avuto modo di constatare. Con l’analogico la prima immagine, quella di riferimento, si formava già nella pellicola. Un’immagine latente che poi la chimica rendeva evidente. I processamenti potevano accentuare o ridurre luminosità e contrasto nel bianco e nero, e saturazioni e viraggi nel colore. Ma una volta sviluppata l’immagine era tutta la, al massimo suscettibile di qualche altra manipolazione in fase di stampa, per materiale invertibile.
Fino ad oggi si è seguito un approccio analogo, con la differenza che la pellicola è stata sostituita dal sensore elettronico e la luminosità dei cristalli di sale nell’emulsione della pellicola sono stati sostituiti da numeri che poi vengono restituiti come luminosità.
Ma con il digitale si può e si potrà andare molto più avanti. La fotocamera diventerà un sistema integrato di ottica, sensore e processamento a bordo (o off-line). Un embrione di questo è già l’uso della matrice di Bayer per ottenere un’immagine a colori da un sensore che è monocromatico sul singolo pixel. Un altro passo avanti è stato fatto dalle fotocamere Lytro che conservano nello stesso scatto (matematicamente) tutti i piani di messa a fuoco, potendo scegliere dopo il piano che ci piace o potendo ottenere una foto a profondità di campo infinita. Altro esempio le fotocamere 3D, che in realtà non sono state altro che un remake di fotocamere a pellicola addirittura di inizio secolo (non questo, il precedente, il XX!). Sarà interessante e divertente vedere dove arriverà e cosa ci porterà una integrazione sempre più spinta ed intima dei tre elementi: ottica, sensore e calcolo.
Andando ancora oltre le fotocamere integreranno sistemi di riconoscimento di oggetti. Già oggi abbiamo camere che scattano solo se riconoscono un sorriso. A breve avremo camere che scattano solo se riconoscono una specifica persona o una tra un insieme scelto. Immaginate quale vantaggio per un reporter che vuole fare foto solo a personaggi noti … dito fisso sul click e la macchina riconosce  e scatta solo su chi è programmata!

 

E quali altri campi applicativi potrebbero trarre vantaggio dalla colorimetria?

Numerosi! Colorimetria non vuol dire solo “belle foto”, vuol dire anche fedeltà di colore, che a sua volta vuol dire misura e misura assoluta. C’è ancora moltissimo da fare in questo campo, poco esplorato per due motivi. Il primo è che ragioniamo ancora in termini di pellicola, dove il colore era una sensazione, e si sceglieva la pellicola che ritenevamo più adatta ad esprimere una certa atmosfera e non certo perché il colore finale somigliasse il più possibile all’originale (salvo casi di riproduzione di opere d’arte). Il secondo, come si diceva prima, è che si nota una certa resistenza alla introduzione della Colorimetria nel mondo delle arti grafiche, così come c’è una certa resistenza nel mondo scientifico a considerare la fotografia digitale come mezzo in grado di dare una misura.
In realtà, e noi lo abbiamo dimostrato in diverse occasioni compresa l’ultima conferenza nazionale del Gruppo del Colore tenuta a settembre 2013 a Firenze, l’integrazione di una buona fotocamera con l’opportuno software e sistema di calibrazione porta ad avere un sistema colorimetrico, cioè di misura esatta del colore, a costi di gran lunga inferiori a quelli della strumentazione classica, e per di più in modalità “imaging”, cioè con una misura esatta di colorimetria per ogni pixel dell’immagine.
Questo apre infinite applicazioni a costi accettabili in tantissimi ambiti applicativi. Dal controllo di qualità in catene di produzione, incluse le industrie alimentari, al monitoraggio di ambiente, di acque, di componenti deperibili o variabili nel tempo. Se a questo aggiungiamo che con modifiche relativamente semplici una fotocamera può ritornare ad avere una sensibilità estesa oltre il visibile, si può cominciare a parlare di ipercolorimetria, cioè di una scansione dello spettro non solo più visibile ed in tre bande, ma di uno spettro allargato con numero crescente di bande per caratterizzare in modo esatto la firma spettrale di qualsiasi sostanza.

 

Quale sarà il futuro della fotografia?

Una totale integrazione tra ambiente e sua rappresentazione. Non sto parlando di un 3D, a mio avviso ormai obsoleto, ma di sistemi come la olografia digitale in grado di catturare le interferenze di fase della luce diretta e riflessa, per ricostruire un ambiente tridimensionale da infinite coppie di immagini, non solo da una. Il sensore diventerà una rete di sensori sincronizzati e distribuiti che cattureranno singole immagini o sequenze, indifferentemente, per poi ricostruire la scena secondo quanto necessario a posteriori.
Si potranno gettare nell’ambiente sfere perfettamente riflettenti che restituiranno la scena da molti punti di vista diversi, ognuna delle quali sarà campionata da una porzione di un sensore a settori indipendenti, o da una rete di sensori, e quindi avere la rappresentazione globale di una scena potendo stare in un solo punto. Le nanotecnologie ci stupiranno. Saranno in grado di sviluppare sistemi oggi inimmaginabili, infinitamente piccoli da riprendere scene a livello cellulare o infinitamente complessi e precisi, quanto e più della nostra retina. Guarderemo alle nostre attuali reflex come oggi guardiamo con benevolenza l’ENIAC del 1946, il primo calcolatore a valvole completamente programmabile che occupava diversi piani di un edificio, per fare conti che oggi sono possibili con calcolatrici da pochi euro. Era solo 68 anni fa!! Ci stupiranno anche i metamateriali con cui costruire lenti piatte e sottili. Ci stupiranno i nuovi materiali come il grafene con caratteristiche sia elettroniche che ottiche. Speriamo che ci stupirà anche l’uomo con una ventata di buon senso e finalmente una scienza al servizio del vero benessere e non del profitto e delle strategie militari, altrimenti sarà difficile che riusciremo a vedere tutto questo…

 

A cura di Daniela Sidari

Architetto e Fotografo

Responsabile Didattico Photo ARCHITETTI



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