Chi è Saverio Lombardi Vallauri?

Alla scoperta dei docenti di Photo ARCHITETTI

photo_architetti_copertina_articolo_saverio_lombardi_vallauri

Nato a Firenze nel 1964. Dopo il diploma di maturità scientifica ha studiato Architettura per cinque anni. Ha studiato fotografia presso l’Istituto Europeo di Design dove, a partire dal 1991, ha insegnato teoria e tecnica della ripresa fotografica e ha svolto seminari di fotografia dell’architettura.

 

Ha scritto alcuni testi teorici, tra i quali il più importante è dedicato all’apparecchio fotografico a banco ottico e corpi mobili.

E’ fotografo professionista dal 1991 e opera prevalentemente nei settori dell’architettura e delle fiere.

Le sue fotografie sono state pubblicate sulle principali riviste di architettura. Collabora regolarmente con alcune case editrici di rilevanza nazionale e internazionale per la pubblicazione di libri di architettura.

La sua ricerca metroquadro è stata esposta a Milano e a Roma in più occasioni e ha riscosso un significativo interesse da parte della critica fotografica.

 

Hai studiato architettura, poi è subentrata la fotografia. Ora insegni e ti occupi di fotografia d’architettura. Cosa è per te fotografare l’architettura?

Dopo aver a lungo vagato alla ricerca della mia collocazione (un anno a Ingegneria Elettronica, cinque ad Architettura), finalmente ho capito che quello che volevo fare era fotografia. Due anni allo IED di Roma hanno dato rapidamente risultati, visto che mi hanno subito chiesto di insegnare e da allora – era il 1991 – non ho mai smesso. Se l’insegnamento è necessario per blandire il mio ego, fotografare l’architettura serve a soddisfare il mio desiderio di certezze: lo spazio progettato è l’ordine all’interno del quale vivere senza ansie e, possibilmente, con soddisfazione estetica una parte della mia esistenza. Intorno, quasi sempre, confusione e brutture. Per pulire occhi e mente,  digressioni paesaggistiche, possibilmente in luoghi non di pianura.

 

Qual è il tuo ruolo all’interno di Photo ARCHITETTI?

In Photo ARCHITETTI io sono quello noioso, che parla e parla e parla della tecnica fotografica, con una sadica predilezione per i grafici e la matematica che descrivono i processi che la maggior parte di chi fa fotografia tende a percepire dal lato opposto, quello emotivo. Appassionato del controllo, cerco di offrire gli strumenti perché la fotografia non sia il risultato casuale dell’incontro tra un occhio fortunato e una porzione di realtà intrinsecamente bella.

 

Come inizia un nuovo progetto?

Sarei tentato di non rispondere…io sono più un esecutore che un creativo: la verità è che funziono bene quando mi viene assegnato un incarico e che fatico molto a costruire un progetto mio. Detto questo, il progetto nasce da un’intuizione, un po’ come l’innamoramento, che viene sviluppata, fatta crescere, limata, ripulita e consolidata in una storia, un po’ come l’amore.

 

Quale è il lavoro che più ti rappresenta, e perché?

Ho passato lo scorso anno in giro per le più belle città del mondo, producendo le immagini per una collana sulle capitali dell’architettura contemporanea. Ho fotografato alcune centinaia di edifici in un ininterrotto confronto con me stesso, cercando la mia coerenza in un oceano di opinioni progettuali diverse. Ne sono emerso estenuato e felicissimo, consapevole che difficilmente mi sarà proposto in futuro un lavoro simile.

 

Per un po’ sono stato come stordito: mi mancavano gli aeroporti, gli alberghi, il ritmo strettissimo delle consegne. Il mio metadone è stato Linate, vicino a casa, dove andavo a comprare sigarette e bere caffè come se fossi ancora in viaggio. Ho scelto questa fotografia di Los Angeles perché non appartiene strettamente al lavoro, ma è stata fatta in un giorno di pioggia in cui ero fermo e quindi libero (le riviste e i lettori continuano a preferire i cieli blu). Mostra molti degli elementi, sia tecnici che compositivi, per me importanti: visione ampia, controllo formale, scelta attenta delle diagonali, profondità, pesato bilanciamento tra soggetto ed elementi di sostegno, controllata malinconia, un elemento cromaticamente dissonante.

 

photo_architetti_articolo_saverio_lombardi_vallauri_immagine_1

“Downtown Los Angeles” – Saverio Lombardi Vallauri 

 

Fotografare la città, fotografare un edifico. Esiste secondo te, uno sguardo “architettonico”?

Nel mio sguardo la città e l’edificio sono due soggetti molto diversi e so con certezza di essere più portato alla fotografia del singolo oggetto architettonico piuttosto che dell’organismo urbano. Le città, soprattutto in Europa, sono il risultato di una stratificazione edilizia di centinaia e centinaia di anni e, spessissimo, generano in me una sensazione di rumoroso caos visivo. Mi trovo quindi a mio agio quando affronto porzioni coerenti di città, come l’EUR, la Défense, i distretti finanziari americani e simili.

 

Un autore che ti ha dato tanto …

In Italia, e forse nel mondo, l’ombra proiettata dal lavoro di Gabriele Basilico è molto estesa e anche io, come tanti di noi, ho cominciato a fotografare l’architettura nella sua protezione. L’ho ascoltato in alcune occasioni, oratore arguto oltre che straordinario narratore delle città. Non ci siamo mai parlati e adesso, purtroppo, non è più possibile. Confesso però che non l’ho mai considerato un fotografo di edifici e che per questi mi sono soprattutto ispirato alla metodologia progettuale studiata durante gli anni di Università: io cerco, prima di tutto, di raccontare il pensiero del progettista. Per la bellezza del suo bianco e nero e la ponderata abitudine prospettica ho sempre ammirato Roberto Bossaglia.

 

Cosa consigli a chi vuole intraprendere questa strada?

La fotografia di architettura è un lavoro bellissimo, ma costoso e non straordinariamente remunerato, quindi il primo consiglio è quello di pensarci bene… credo, tuttavia, che chi si senta agito dal desiderio di rappresentarla non possa che assecondare questa pulsione. Quasi tutti i fotografi di architettura l’hanno studiata all’Università e sono certo che la conoscenza approfondita della storia del costruito sia importante per evitare strafalcioni e ingenuità. Ho già dichiarato quanto io creda nella padronanza della tecnica, ma sono consapevole che a questa si possa arrivare per strade diverse da quella che propongo durante i miei corsi. L’unico consiglio che mi sento di dare è quello di cercare il proprio sguardo e di esserne fieri e riconoscenti: senza di esso la vita può essere molto più brutta.

 

A cura di Daniela Sidari

Architetto e Fotografo

Responsabile Didattico Photo ARCHITETTI



Condividi questo articolo se ti è piaciuto!