Luce, architettura, fotografia

Rapporti intercorrenti, esempi e riflessioni

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Era l’estate del 1826 quando Joseph-Nicéphore Niépce dopo lunghi anni di esperimenti, ottiene la prima immagine stabile per effetto della luce su un materiale sensibile ad essa: la veduta goduta dalla finestra del suo studio a Gras, a pochi chilometri da Parigi.

 

L’immagine sulla lastra di peltro di 16 x 20 cm spalmata con bitume di Giudea, materiale in un certo grado fotosensibile, fu ottenuta con un’esposizione (il nostro click) di un’intera giornata; tempo che permise alla luce di produrre il suo effetto: quello di indurire e sbiadire il bitume determinando il chiaroscuro del soggetto sul supporto di peltro, messo poi a nudo con olio di lavanda e petrolio, che ebbero il compito di asportare le parti non colpite dalla luce.

 

Era nata la foto-grafia (che Niépce chiamò eliografia), la scrittura con la luce, tecnica, ben presto perfezionata e destinata a sconvolgere non solo il modo di fare rappresentazione, ma il mondo tutto della comunicazione. Il lungo tempo di posa necessario, fece puntare la rudimentale attrezzatura verso un soggetto molto paziente, quale solo un’architettura poteva essere, facendo coincidere la nascita della fotografia con la nascita della fotografia d’architettura.

 

Dal quel momento, il soggetto architettonico è stato una costante nella storia della fotografia.

 

Ma che rapporto c’è tra architettura, fotografia e luce?

 

Per Benjamin, si fruisce dell’architettura in modo “tattile” e in modo “ottico”, cioè attraverso l’uso e attraverso la percezione. Benjamin distingue la percezione “impegnata” da quella “distratta”, e se per la pittura e la scultura la seconda fa sprofondare l’opera d’arte, per l’architettura la percezione distratta conferma il rapporto intimo e originario dell’architettura con l’uomo e dà un’appropriazione dell’oggetto qualitativamente diversa.

 

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Da sinistra: Alfred Stieglitz, Flatiron Building, 1903 – Brassaï, Avenue de l’Observatoire, 1933

 

La percezione distratta è l’unica conoscenza di un’opera architettonica, questa distingue l’architettura dalle altre arti che hanno bisogno di attenzione per essere osservate. L’architettura va compresa, vissuta e misurata, senza estrapolarla dal suo tempo e dal suo spazio. Spazio e tempo sono elementi essenziali della fotografia, sono i parametri per definire la realtà fotografica. Sia lo spazio architettonico che quello fotografico sono definiti dalla geometria e dalla matematica che regolano non solo il fare architettonico, ma anche l’atto fotografico. Richard Pare in “Il Tempo e la pietra” comparso su Fotologia vol.10 di Autunno/Inverno 1988, ritiene che lo spazio e la luce prendono forma grazie all’architettura e alla fotografia, che impongono i loro limiti rendendone possibile la percezione e quindi la conoscenza.

 

L’architettura modifica la luce attraverso lo spazio, la fotografia restituisce lo spazio attraverso la luce. Spazio, luce e tempo in combinazione con la nostra visione si completano nell’atto fotografico. La fotografia inizia con un’osservazione della luce sulla superficie degli oggetti. Vedere una fotografia è vedere la luce riflessa due volte: quella riflessa dall’oggetto che costituisce la fotografia, e la luce riflessa dalla superficie della fotografia verso l’osservatore.

 

La luce in una fotografia ha due direzioni, una interna verso la fotografia e un’altra esterna verso l’osservatore. Dal punto di vista tecnico, è convenzione fotografare l’architettura in condizioni di luce ideale. A partire dalle riprese dell’800, fino ai nostri giorni, la luce preferita per la rappresentazione fotografica dell’architettura, è quella che arriva dall’alto, con i raggi che cadono a 45° rispetto al soggetto, che garantisce ombre equilibrate (vedi Alinari). Ci sono stati, però, casi in cui la luce scelta non è proprio quella “sublime”; ricordiamo le riprese in luce difficile di Alfred Stieglitz e Paul Strand dei primi anni del 1900 e la Paris de nuit di Brassaï, solo per citarne alcuni.

 

L’architettura, infatti, è vissuta, insieme al suo spazio, non soltanto in condizioni di luce “alla Alinari”, ma anche nel crescere e nel calare della luce, dall’alba al tramonto compreso la notte.

 

E allora? “Fotografare l’architettura è quasi impossibile. Si possono trovare le ragioni profonde di questa difficoltà nell’essenza stessa del fenomeno architettonico, che, pur realizzandosi nella precisa determinazione spaziale, non può essere inteso se non percorrendone gli eventi nella viva successione dei momenti temporali che continuamente ne mutano la relazione con noi”.1

 

A cura di Mario Ferrara

Architetto e Fotografo Professionista

 


Note:

1 E.N. Rogers, Architettura e fotografia. Nota in memoria di Werner Bischof, in “Casabella-Continuità”, n.205, Milano 1955.



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