“Paesaggi artificiali”

di Alberto Di Cesare

Un’osservazione contemplativa permeata da un senso di meraviglia, un paziente dialogo fra interno ed esterno, fra autore e luogo

“Tutto ciò che ci è dato di sapere, raccontare, rappresentare non è che una piccola smagliatura sulla superficie delle cose, dei paesaggi, dei luoghi che abitiamo e viviamo”. (Luigi Ghiri, 1987)

 

In un mondo oramai sovraccarico di immagini della più varia natura, Alberto Di Cesare indaga lo spazio con gli strumenti del fotografo; ritaglia quindi i suoi paesaggi sulla “superficie dei luoghi” e lo fa perfezionando i modi dello sguardo.
Ma cosa indichiamo con la parola luogo?
Nel nostro cercare un significato plausibile ci viene in aiuto la definizione dell’antropologo francese Marc Augè1: un “luogo antropologico” è un dispositivo spaziale accentrato che “si concretizza nel e col tempo”, uno spazio strutturato ed investito di senso. Tre sono i caratteri comuni, esso è identitario, relazionale e storico. Uno spazio quindi delimitato e simbolico in cui si rinnova incessantemente l’essere delle cose, il nascere, l’abitare, il lavorare degli uomini; spazio di appartenenza ed identificazione, spazio di scambi e condivisioni in cui ritroviamo tracce e riferimenti del passato. Ma c’è spazio in cui non c’è “luogo”, in cui non ritroviamo le caratteristiche sopra descritte, in cui non c’è identità, non si sviluppano relazioni e non c’è storia, in tal caso questo spazio definirà un “nonluogo”. “I nonluoghi rappresentano l’epoca; ne danno una misura quantificabile ricavata addizionando le vie aeree, ferroviarie, autostradali e gli abitacoli mobili detti «mezzi di trasporto» (aerei, treni, auto), gli aeroporti, le stazioni ferroviarie e aerospaziali, le grandi catene alberghiere, le strutture per il tempo libero, i grandi spazi commerciali. [S]e i luoghi antropologici creano un sociale organico, i nonluoghi creano una contrattualità solitaria”. Entrambi non esistono allo stato puro, essi non sono totalmente slegati. “Il luogo e il nonluogo sono piuttosto delle polarità sfuggenti: il primo non è mai completamente cancellato e il secondo non si compie mai totalmente – palinsesti in cui si reiscrive incessantemente il gioco misto dell’identità e della relazione”. Concludiamo che il “luogo è simultaneamente principio di senso per coloro che l’abitano e principio di intelligibilità per colui che l’osserva”. Il nostro autore è osservatore intermediario e rappresenta i suoi “Paesaggi artificiali” parlandoci appunto di luoghi, in essi oggetti legati alla cultura del presente ed elementi della natura coesistono in un rapporto di convivenza ed integrazione. L’artificiale trova vita come elemento naturale ed elementi della natura sembrano confondersi o imitare quelli costruiti dall’uomo.

 

 

Lo sguardo dell’autore diventa analitico e ci rivela un suo mondo popolato da oggetti semplici e ordinari, un paesaggio fatto di frammenti, progressioni successive di luoghi di natura “altra” che la mente ha ordinato in sequenza per darne nuova forma e significato. Le immagini parlano di realtà conosciute e consuete: file di pale eoliche sfidano il vento, un acquedotto si erge in una sconfinata pianura, alberi imitano pilastri, bianche cabine si allineano l’una uguale all’altra, cespugli sul ciglio di una strada annullano lo sguardo, una fabbrica dai toni vivaci spicca da un contesto lunare, ecc …

 

 

 

Gli oggetti mostrati non si distinguono per l’essere preziosi, in essi non c’è nulla di eccezionale; sono oggetti comuni appartenenti al mondo dell’abituale collettivo, semplici reperti raccolti dallo sguardo che rimandano alla storia e all’uso di un luogo ma senza fini di documentazione. Tutte le situazioni ritratte sembrano essere in continuo equilibrio precario, i paesaggi appaiono in attesa che qualcosa cambi la loro condizione pronti a ricostituire nuovi equilibri. In ogni scatto atmosfere rarefatte, luce omogenea e brumosi cromatismi restituiscono paesaggi silenti sospesi in una dimensione metafisica in cui la figura dell’uomo non appare mai, lo spazio è dilatato ed il tempo si è fermato, il cielo e la terra fanno da sfondo agli elementi che continuano a lasciare la loro traccia nella calma piatta.

 

Paesaggi artificiali – Alberto Di Cesare

 

In queste immagini nulla è lasciato al caso, leggiamo sempre qualcosa di molto ordinato, linee geometriche, toni di colore, in una inconsueta astrazione. Tutto un modo di “pensare-immaginare l’esterno” nell’intento di dimostrare che ogni cosa può essere interessante solamente perché esiste nel luogo in cui è. “La superficie delle cose”, quella di cui parla Ghirri nelle poche righe citate, “è il piano dove s’uniscono inestricabilmente le rappresentazioni dell’abitudine e le percezioni dello stupore: è la superficie o il terreno dell’ovvio dove le cose giacciono inosservate, divenute invisibili allo sguardo, ma dove pure si lasciano sempre di nuovo ritrovare2. Ecco il racconto di Di Cesare. Con la sua “piccola smagliatura” ci invita a riscoprire il piacere della contemplazione, a riguardare la realtà quotidiana trovando in essa frammenti di mondi personali, a lasciar riaffiorare in superficie gli itinerari perduti nella nostra memoria.

 

A cura di Daniela Sidari

Architetto e Fotografo

Responsabile Didattico Photo ARCHITETTI

 

Credit:

“Paesaggi artificiali © Alberto Di Cesare www.patchlab.it”

 


Note:

1Marc Augè, Nonluoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità, Elèuthera editrice, Milano 1993.

2Marco Sironi, Geografie del narrare. Insistenze sui luoghi di Luigi Ghiri e Gianni Celati, Edizioni Diabasis, Reggio Emilia 2004, p. 36.



Condividi questo articolo se ti è piaciuto!